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La parola "sangue" nei linguaggi indoeuropei
da Moreno (del 17/03/2012 @ 14:29:18, in I nostri articoli, linkato 8164 volte)

La parola “sangue” deriva dal latino “sanguis” con cui i Romani intendevano un liquido chiaro che scorreva all’interno del corpo, distinto dal sangue rosso coagulato, cioè fuoriuscito dai vasi sanguigni, tramite una ferita, che era indicato dalla parola “cruor”. Questi due termini hanno origini linguistiche diverse. “Sanguis” probabilmente deriva dalla radice proto-indoeuropea “esr-“ o “eshr-“ che significa proprio “sangue”. Dal proto-indoeuropeo sarebbero derivati il sanscrito “asrk”, l’antico armeno “ari-“, l’antico greco “ear”, l’antico latino “aser”, e il latino classico “sanguis” tutti con significato di “sangue”, nel senso di liquido corporeo. “Cruor”, invece, deriva da una radice proto-indoeuropea “kreuhz” o “kur-“, da cui sono originati il sanscrito “krura-“ e “kravis”, il protoslavo “ kry-“, l’antico greco “kreas”, l’hindi “huna” e l’antico inglese “hreaw”, con il significato di “sangue rappreso” o “carne sanguinolenta”, da cui, poi, il termine neolatino “carne”. Analogamente, sempre da una radice proto-indoeuropea più tarda “kreue-” è derivato il proto-germanico “khrawaz”, l’antico alto tedesco “hrawer” e il germanico “roh”. Da queste due radici derivano le parole dell’area europea orientale con cui è indicato il sangue, come “klev” in ceco, “krv” in slovacco e croato, “kri” in sloveno, “kpoBb” in russo, “kpb” in serbo, “krew” in polacco. Sebbene sia difficile datare la diffusione di radici e parole, tuttavia, è possibile pensare che le radici proto-indoeuropee si siano diffuse fra il 5500 e il 2500 a.C., il sanscrito dopo il 2000 a.C., mentre l’antico greco, l’antico latino, il proto-slavo e il proto-germanico si sono affermati fra l’800 e il 600 a.C. D’altra parte, queste due radici proto-indoeuropee sembrano confermare la divisione etnografica ed archeologica fra una indoeuropeizzazione slavo-germanica da una parte ed una indoeuropeizzazione mediterranea, greco-latina. Nelle lingue germaniche (tedesco, inglese, frisone, norvegese, svedese, gotico) a partire dal VI secolo a.C. si è affermata la radice “blodan-“ forse derivata da una radice proto-indoeuropea tarda “bhlo-to-“ da cui anche i proto-germanici “blotan” che significa “sacrificio”, ma che ha assunto il significato di “sangue” e “blothisojan” che letteralmente significa “marcare con il sangue” ma che acquisì, poi, il senso di “consacrare, rendere sacro”. L’uso di questo termine era associato ad una forte carica di paura, tanto che era accuratamente evitato, fino al XV secolo quando si è affermato nell’uso corrente di “blood” in inglese, “blut” in tedesco, “blot” in svedese.

Il greco classico, dopo il VI secolo a.C., ha cominciato ad usare per “sangue” la parola “aima”, all’origine del prefisso “emo-“ con cui si indica nelle parole composte di tutte le altre lingue indoeuropee la natura sanguigna del secondo termine. L’origine di questa parola non è nota, ma si ricollega al significato latino di “anima”, inteso come “spirito vitale”. Nel celtico, altra lingua indoeuropea, il sangue è reso dalla parola “fuil”, che è anche la forma verbale presente del verbo “essere”. In ambedue i casi deriva dall’imperativo “fil” che in antico irlandese significa “vedi, guarda”, dalla radice proto-indoeuropea “wel-“ con medesimo significato. In questo caso il sangue è abbinato al concetto di essere come persona, con un valore semantico simile a quello greco di “aima”. Si tratta, comunque, di un fonema acquisito intorno al VI secolo, sebbene sia possibile che derivi dall’irlandese primitivo risalente al III secolo a. C. In ultima analisi possiamo dire che la parola “sangue” nelle lingue indoeuropee è passata da un generico iniziale (circa XX-X secolo a. C.) significato di “liquido rappreso”, quasi carne ad un più preciso significato di “liquido corporeo” fra il X e il VI secolo a. C. Dopo questa data, ha assunto anche un significato più astratto di “elemento vitale”, sacro, inviolabile, perfino impronunciabile. Tutto questo è successo dopo il VI millennio a. C. Ma prima ? Nel sanscrito la parola “rhudam” oltre a significare “rosso” ha anche il significato di “sangue”, così come in ebraico la parola che indica il sangue indica anche il colore rosso. Gli aborigeni australiani, popolazione ferma al Paleolitico Superiore, ritiene che l’ocra si trovi dove è stato perduto il sangue mestruale da parte delle donne. E’ probabile che l’elevato uso di ocra rossa nei siti di sepoltura del Magdaleniano, tipico dell’uomo anatomicamente moderno, sia da ricondurre all’associazione simbolica della morte e della vita, nel senso che il rosso era legato alla vita mentre l’assenza era legata alla morte. L’Homo Sapiens Sapiens del Paleolitico Superiore ha aggiunto al rosso il significato di fertilità e capacità procreativa, perché la comparsa del ciclo mestruale dava la sicurezza che la donna era fertile, anche se durante la mestruazione l’uomo ne doveva evitare il contatto. L’uso stesso dell’ocra cosparsa sui morti, con una singolare attenzione per i bambini, era un modo per rendere immortale quei corpi o spalmata su una donna rappresentava lo stato di gravidanza. Del resto, le pitture murali delle grotte europee che raffigurano gli animali preistorici dal mammuth all’uro, fonti energetiche primarie per l’alimentazione dell’uomo di allora, sono state eseguite in più occasioni con ocra rossa. Il culto della Dea Madre, ampiamente praticato nel corso del Paleolitico superiore e del Neolitico, ha ampliato il significato di vita intrinseco al corpo femminile e al rosso del sangue mestruale, poiché gran parte degli elementi del culto a cominciare dai vasi e dalle statuette erano dipinte in ocra rossa, per sacralizzare il mistero che il sangue è vita, è capacità riproduttiva. E’ probabile che la parola “sangue” fosse a quell’epoca l’equivalente della parola “rosso” e concettualmente lo fosse, forse, dal Pleistocene, poiché in tutte le culture, a qualsiasi latitudine, i colori primari percepiti dal sistema tricromatico della retina sono il bianco, il nero e il rosso, facilmente associabili al giorno, alla notte e alla vita, sebbene i primi due non sono esattamente colori ma soltanto presenza ed assenza di luce. Sullo scenario europeo, quindi, Il sangue è stato identificato: nel Paleolitico Superiore e nel Neolitico con il colore rosso e il ciclo mestruale, durante l’età dei metalli con la carne cruda e le ferite, in epoca protostorica con un liquido che scorre all’interno del corpo e solo in epoca storica con un liquido corporeo vitale e sacro. A questo cambiamento linguistico e semantico hanno contribuito due fattori evolutivi: la scoperta dei metalli e l’elaborazione delle conoscenze scientifiche sulle funzioni del sangue. La scoperta dei metalli che ha contribuito non poco al miglioramento delle condizioni di vita introdusse anche il cambiamento di una cultura incentrata sulla donna, tipica soprattutto del Neolitico, in una cultura incentrata sull’uomo guerriero, che sperimentava quanto fossero lesive della carne umana ed animale le armi che adoperava. Il rito dell’iniziazione maschile con l’incisione della propria carne e la fuoriuscita del sangue probabilmente divenne preponderante sul simbolo della fertilità femminile perché era il valore in battaglia a garantire la sopravvivenza del gruppo più che la fertilità della donna. Ma il sangue coagulato era soltanto una trasformazione del sangue liquido che scorre nel corpo e non fu difficile per i guerrieri rendersi conto che quel liquido era essenziale alla vita del singolo individuo perché quando non riusciva a condensarsi portava alla morte. Se si fosse saputo dove scorreva e come scorreva si sarebbe potuto anche intervenire per bloccare l’uscita del sangue spontaneamente inarrestabile. Le necroscopie attuate dalle scuole anatomiche greche ed egiziane e l’esperienza dei medici sui campi di battaglia fu enorme per maturare la convinzione che nonostante tutto quel liquido corporeo aveva una sua sacralità, perché era dominabile solo in poche circostanze. La stessa capacità di trasformarsi da liquido in solido era di per sé un evento divino, perché inspiegabile. Conclusioni: il sangue nei linguaggi indoeuropei probabilmente è stato indicato con parole che richiamavano: nel Paleolitico Superiore e nel Neolitico il colore e la fertilità femminile, nell’età dei metalli la carne lesionata dalle armi da guerra, in epoca storica un liquido che scorre all’interno dell’organismo.

 

Bibliografia

-Ancient History Encyclopedia 

-Bonomi F. Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana

-Bury J.B., Cook S.A., Adcock F.E.The Cambridge Ancient History. Cambridge University Press, 1928. [scarica]

-Dizionari etimologici della lingua inglese -Dizionari etimologici della lingua tedesca

-Encyclopedia of human evolution and prehistory. 2nd edition, Routlidge Publisher, 1999. [scarica]

-Institute of Human Origins. Becoming Human

-Lista delle radici Proto-Indo-Europee -Magner L.N. A History of Medicine. Taylor&Francis, 2005. [scarica]

-MacBain's Gaelic Etymological Dictionary

-Pokorny J. Indogermanisches Etymologische Woerterbuch -U.S. National Library of Medicine. History of Medicine

-Wenke R.J. Patterns in prehistory: humankind’s first three million years. 5th edition, Oxford University Press, Oxford 2006. [scarica]

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